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  intervista
Michelangelo è davvero unico nel suo genere. Un personaggio poco definibile, che ti spiazza pagina dopo pagina per la sua stravagante inettitudine e che, allo stesso tempo, emana simpatia e qualche slancio di sensibilità. Come mai l'idea di disegnare un personaggio così "doppio"?
La figura di Michelangelo, come si è venuta a definire lungo la stesura del romanzo, è piuttosto umana e sincera. Per natura, ogni uomo è allo stesso tempo pavido ed egoista ma capace di slanci di generosità e di coraggio. Credo poco agli eroi, agli uomini tutti d'un pezzo, a chi si dona gratuitamente agli altri, agli spiriti magni. Un mio caro amico mi descrisse una volta la sua visione del genere umano: l'uomo, disse, è come una cipolla, la sfogli strato dopo strato senza trovarci niente, e fa piangere. Non è l'uomo così umile e grande al tempo stesso? Michelangelo si descrive senza l'intento di auto-celebrarsi, a volte forzando anche la sua sincerità, non teme di mostrare la sua grettezza o la sua sensibilità. È un anti-eroe: pavido, edonista, avido, pieno di pregiudizi, materialista, pigro, superficiale… tutto il contrario di un eroe, ecco perché ci è simpatico, è come se ci dicesse: io sono come te, vorrei essere un dirigente di una grande società, un uomo che si è fatto da solo, un grande intellettuale, uno chef famoso, un eroe popolare, ma sono solo me stesso.

In Chiuso per turno la cucina ha un posto d'onore. Il rapporto compulsivo e raffinato di Michelangelo col cibo da dove viene, e da parte tua, Massimo, quanto c'è di te in questa immagine dell'imprescindibilità dell'arte culinaria?
Guardo tutti i giorni la prova del cuoco… A parte gli scherzi, sono cresciuto in un panificio nella zona di produzione del Parmigiano Reggiano, ho studiato in una cittadina famosa per il prosciutto, Langhirano. Parma, dove ho vissuto, ruota attorno all'industria alimentare. Era inevitabile che ci facessi i conti con la cucina e col cibo. In realtà non so cucinare molto bene, non mi intendo di cucina né di vino. Mi piace naturalmente mangiare piatti raffinati e biologici o bere vino piemontese, ma non disdegno i fastfood, la birra della Coop, le liquirizie ripiene e il caffè solubile. Il rapporto di Michelangelo col cibo assomiglia molto al rapporto che l'uomo occidentale ha con i beni di consumo. Ci rendiamo conto proprio adesso, in questo periodo di crisi, quanto la nostra vita sia legata alle nostre abitudini di spesa. Michelangelo ha un pessimo rapporto col cibo, non è un gaudente, è un mangione che maschera il proprio vizio con scuse e orpelli intellettuali per non cercare a fondo tra le cause del proprio malessere.

I dialoghi surreali e visionari del protagonista con Sandokan non riescono a soddisfare la necessità di una vera e propria fuga dalla realtà. In Sandokan Michelangelo vede una sua ideale proiezione, ma sarebbe sufficiente essere Sandokan per disincagliare il nostro cuoco dal giogo dell'implacabile routine?
Sandokan è l'aspirazione di Michelangelo ad essere migliore, libero, temerario, selvaggio, esotico, profondo, generoso, feroce. Sandokan è l'eroe per antonomasia, il condottiero carismatico per cui la gente si farebbe ammazzare, l'amico fedele che mai ti potrebbe abbandonare, il giustiziere implacabile, il pastore che abbandona l'intero gregge per andare alla ricerca dell'unica pecora smarrita, l'innamorato che abbandona tutto per la donna che ama. Michelangelo nemmeno nei sogni più inconfessati aspira ad essere Sandokan, ma nemmeno Janez de Gomera, ma ancora meno, Giro Batol o l'ultimo dei selvaggi che l'aiutano. A Michelangelo basterebbe non essere ciò che è, ma non sa come fare, ecco perché interviene il più grande di tutti gli eroi.

Senza svelare nulla del finale diciamo che per Michelangelo le donne rappresentano un possibile, difficile miraggio di salvezza, e per te Massimo, qual è il tuo rapporto con le donne?
Bella figlia dell'amore,
schiavo son de' vezzi tuoi;
con un detto, un detto sol
tu puoi le mie pene,
le mie pene consolar.


Il tuo protagonista è un personaggio che dalla prima all'ultima pagina sembra essere a disagio: nella sua Parma, come in Africa, o di fronte alla prospettiva di andare al mare a Forte dei marmi. Massimo, da cosa scaturisce e cosa testimonia il disagio di Michelangelo?
La debolezza dei rapporti umani e la solitudine del prodotto interno lordo. La pubblicità, la televisione, le città, i nuovi stili di vita, il computer stesso, isolano le persone in piccoli spazi: il bilocale, l'automobile, l'ufficio. La sfiducia e il pessimismo ci costringono a difenderci dagli altri dietro a barricate improvvisate con gli oggetti che acquistiamo ogni giorno. Ma soprattutto è la mancanza di curiosità verso gli altri che si tramuta in paura. Temiamo che il vicino si possa trasformare in un killer spietato che ci ucciderà a martellate alla prima cena troppo rumorosa. Ma gli abbiamo mai chiesto chi sia veramente? E il pachistano del negozio sotto casa chi è? La signora marocchina dei giornali? La badante del vicino? Il paralitico che canta l'Internazionale e lancia anatemi contro il governo? Il cameriere della pizzeria dove andiamo di solito? Michelangelo non è curioso, quindi è impaurito, quindi si nasconde, quindi non ha relazioni umane decenti.

Ritieni che la tua visione della letteratura autorizzi a parlare per il tuo caso di una forma di esistenzialismo contemporaneo, un esistenzialismo del disagio o del dissidio, tipico dei nostri giorni, tra società e singolo? Altrimenti diversamente come definiresti il tuo romanzo?
Credo che sia proprio così, non saprei definire diversamente Chiuso per turno. Mentre lo scrivevo non avevo, però, in mente un modello filosofico o culturale, ma diversi riferimenti soprattutto cinematografici: Fantozzi di Villaggio, La tragedia di un uomo ridicolo di Bertolucci, La grande abbuffata di Ferreri, Gargantua e Pantagruel di Rebelais, Moby Dick di Melville, Pinocchio di Collodi, Figth Club il film di Fincher, Amici Miei di Monicelli, La convivialità di Ivan Illich, A passo di gambero di Eco, Trattato di ateologia di Onfray, ma soprattutto Spaghetti a Mezzanotte di Martino con Lino Banfi.