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Filippo Conticello
L'isola che c'è
scheda
intervista
L'isola che c'è
nasce come una tesi di laurea. Tra le tesi ha vinto il premio Siani e ora rivisto, ampliato e introdotto da Tano Grasso vede la luce in libreria. Raccontaci la genesi e la crescita del tuo libro.
L'inizio di questo viaggio è stata la mia tesi specialistica. La prima occasione per incontrare il mondo delle associazioni antiracket, per conoscere le vittime dell'estorsione mafiosa. Sono stati incontri intensi: ricordo i loro occhi, quei moti di rabbia e indignazione. La loro fatica enorme nel tenere la schiena dritta, il coraggio di essere normali in una terra quasi sempre rassegnata all'anormalità. Poi è arrivato il premio, inaspettato, e gli ultimi eventi di cronaca dall'estate del 2007. Cosa Nostra ha alzato il livello dello scontro su tutto il territorio siciliano, ma è arrivata la risposta della società:
Confindustria Sicilia
ha preso la storica decisione di espellere chi paga il pizzo e, finalmente, è nata anche a Palermo una vera associazione antiracket. Ho capito che era il momento giusto e ho cominciato a lavorare sullo scheletro della tesi per ampliarlo e correggerlo. Il coraggio e la fiducia dei ragazzi della
Round Robin
hanno fatto il resto.
Le 16 storie che ci racconti sono in realtà una sola grande storia di ribellione alla mafia - lo stesso meccanismo della narrazione non può che rispecchiare moltiplicandolo l'univoco sentimento di corsa alla libertà - un libro sulla mafia non può che essere di un siciliano. Ti è mai capitato di imbatterti in prima persona con le questioni che affronti, hai mai visto in faccia la mafia?
Solo recentemente ho conosciuto degli uomini che hanno avuto rapporti diretti con
Cosa Nostra
. Quello che conosco bene per averlo masticato negli anni è, invece, il retroterra culturale su cui la mafia ha messo radici. È un modo di vivere e di pensare, una mentalità diffusa che nel tempo è diventata quasi una categoria dello spirito dei siciliani. Un imprenditore nel libro la chiama
mafiosità
: è la ragione per cui un popolo orgoglioso e fiero si è fatto schiavo. Penso all'omertà, alle intimidazioni, alla paura, alle responsabilità sociali e civili che in pochi si assumono in prima persona: sono le condizioni della stessa esistenza dell'organizzazione mafiosa. Ma, anche se può sembrare assurdo, è stata la mafia stessa a formare me e tanti giovani siciliani che oggi hanno deciso di voltare pagina. La mia generazione è figlia del tritolo delle stragi: tutto quel sangue ci ha insegnato da che parte stare. Una volta per tutte.
L'isola che c'è
esce in un periodo in cui i fatti di cronaca autorizzano un cauto ottimismo. L'operazione
Old-Bridge
con la quale sono state sgominate le principali reti mafiose italo-americane intenzionate ad investire sul traffico di droga, più che sulla sempre più difficile estorsione, è testimone indiretto del processo di reazione dei siciliani alle imposizioni mafiose. Siamo alla fine di un ciclo, all'alba di una nuova era di civiltà del sud, o è solo una risacca nell'alternanza dei poteri mafiosi?
Ignazio Buttitta diceva che in Sicilia "la storia zappa a millimetri". Aveva tremendamente ragione: le cose vanno avanti con una lentezza insostenibile. Ma gli ultimi tempi ci dicono che qualcosa sta finalmente cambiando, con una velocità inaspettata. Le forze di polizia hanno condotto importantissime operazioni sul territorio, non solo in Sicilia. Pezzo dopo pezzo, sono caduti tutti i vertici della cupola e
Cosa Nostra
è in evidente difficoltà. Soffre perché lo Stato la colpisce sul serio, senza sconti. Ma quello che si tocca con mano è un primo reale cambiamento nelle coscienze: c'è una nuova classe imprenditoriale che ha deciso di mettere da parte connivenze varie per inseguire uno sviluppo vero, pulito e trasparente. C'è una sempre più nutrita parte della società civile che non vuole rassegnarsi a convivere tacitamente con la mafia. Non avrebbe senso abbandonarsi a facili trionfalismi perché c'è ancora tanta strada da fare, ma è chiaro che siamo in un momento di importante trasformazione. Per questo bisogna cogliere fino in fondo tutte le energie positive che si sono recentemente liberate nella società siciliana. Oggi non sono ammessi più sconti: è il momento di scegliere da che parte stare.
Una storia che può colpire molto un non siciliano è
Pane, meusa e giustizia
. Grazie a racconti come questo chiunque può rendersi conto della dimensione del problema legato al pizzo: nell'
Antica Focacceria San Francesco
a Palermo la mafia era riuscita a infiltrare 15 fiancheggiatori tra i 65 dipendenti. La testimonianza è preziosa per tutti gli italiani, ma è lecito sperare in simili condizioni?
Si deve sperare. Perché, alla fine, in questa vicenda ha vinto lo Stato e tutti i mafiosi sono stati condannati in tempi rapidi e con pene pesantissime. Ciò che conta è che l'incredibile kolossal che
Cosa Nostra
ha messo in scena per impossessarsi di un locale simbolo come l'
Antica Focacceria
di Palermo è fallito. Nonostante una situazione molto difficile, il proprietario ha avuto al suo fianco le istituzioni e le forze dell'ordine. Grazie alla loro professionalità ha evitato di consegnare alla mafia un altro pezzo della storia di questa terra. Il suo coraggio è tutto in quel dito puntato in aula contro il suo estorsore. Un dito in difesa della propria libertà, un gesto coraggioso proprio nella città di Palermo, la più dura roccaforte del potere mafioso. Ecco perché bisogna crederci: lo Stato è presente, è vicino agli imprenditori che denunciano.
Per concludere parlaci dei criteri e dei meriti di
Addiopizzo
.
Gli imprenditori che vogliono iscriversi al Comitato devono ricevere parere positivo da una commissione di garanzia creata ad hoc. È un organismo presieduto da Pina Maisano, la vedova di Libero Grassi, il primo martire di questa lotta, ed è composto da persone note per l'indiscusso profilo morale. Dopo verifiche accurate e il parere positivo della Commissione, gli esercenti devono firmare una dichiarazione che li impegna a non pagare il pizzo e al rispetto della legalità in tutte le sue forme. Ma, al di là delle procedure,
Addiopizzo
rimane un fatto straordinario, soprattutto dal punto di vista culturale. Può sembrare incredibile, ma dei ragazzi sono riusciti dove si erano fermati prima di loro giudici e forze dell'ordine: hanno dato una sonora sveglia ad un'isola addormentata. Hanno insegnato a tutti che "un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità". Per la prima volta si comincia a capire che la lotta alla mafia non può essere delegata soltanto a qualcuno, è una battaglia che appartiene ad ognuno di noi, ad ogni cittadino-consumatore. Insomma, se oggi si respira un'aria nuova lo si deve, soprattutto, a loro. All'impeto e a quel pizzico di lucida follia che solo i giovani possono avere.