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Federico Di Vita
Cronache da Siviglia
scheda
intervista
"Una città bellissima", sembra esultare in molti stralci la tua voce. Dov'è Siviglia? E come la guarda negli occhi un romano?
Sta in quel rigonfiamento del continente giù, in basso a sinistra, quella specie pancia che si chiama Andalusia. Ventre fecondo, ampolla fertile e materna, talamo su cui l'Europa si è unita all'Africa, fisicamente, nelle ere geologiche, e poi culturalmente, grazie agli innesti della cultura araba. Sono cose ovvie queste che ti dico, ma il bello, la meraviglia quando arrivi in questi posti - meraviglia che contagia anche chi viene dall'Italia, da Roma, stupore capace di travolgere persone abituate alle stratificazioni architettoniche, alla bellezza - dipende proprio, ancora oggi, da questo vitale contatto. Da questa fecondazione, da questa continua gestazione. Mi ricordo perfettamente la luce che inondava le vie strettissime e poi, proprio ora, mi ritorna in mente un piccolo filmato girato col telefonino da mio vicino di casa, il mio amico Tibault. Inquadrava Calle Archeros fino al punto in cui incrocia Calle Verde, poi saliva fino a riprendere tra le piante rampicanti l'insegna col nome della via formata da maioliche, per poi passare alla via, strettissima, ombre scure e tagli di luce accecante, e infine virare al suo volto: stupito e sorridente. Vivevamo lì. Questo rimane, a un romano, come a un francese o ad un'inglese.
Una storia d'amore si stende come un velo sul tuo racconto. In un'altra intervista hai detto che ognuno può leggerla come preferisce. Tu come la leggi?
All'inizio pensavo di poter rileggere quegli antichi stralci come la proiezione di un dialogo tra un uomo e la città. Poi era evidente che lo sdoppiamento fornito da questa corrispondenza al mio libretto poteva raddoppiare la storia d'amore mancata che vi è accennata. A volte si vede che si tratta di un'eco lontana, altre no. Ci sono state altre storie d'amore lì a Siviglia, in quel momento ho preferito raccontare questa, la storia di un amore mancato. Ora forse farei diversamente, ma per i libri, così come per gli amori, arriva il momento di essere definitivamente licenziati.
Il viaggio, la gioia di vedere e conoscere, l'entusiasmo di uscire e guardare, possedere con gli occhi quanto più possibile. Cosa rimane oggi di questa esperienza?
In parte credo di aver già risposto a questa domanda. È cambiata la mappa dei luoghi della mia anima. Rimane molto, rimane un ricordo vivo e un'intensa emozione capace di farmi voltare per strada, stringere i pugni e accendermi incomprensibile un sorriso se sento il nome di Siviglia. E poi rimangono delle immagini, alcune a riposare nella camera oscura della mente, altre invece sviluppate, come la bellissima foto dei tetti in copertina. L'ha scattata una ragazza inglese, e ringraziamola va'!
Italia, Spagna e Portogallo. Tre nazioni così diverse, sfiorate, vissute, amate e lasciate nel tuo libro. C'è un filo che le unisce?
El fùtbol!
Dico sul serio. C'è un libro di Soriano, un libro di racconti il cui titolo in italiano è stravolto, ma è reso in modo geniale: "Pensare con i piedi". E ci sono diversissimi modi di pensare con i piedi, di far sentire le vertigini disegnando linee con gli spostamenti repentini delle gambe, con le azzardate parabole impresse dai piedi ad un pallone, coi movimenti con cui come un diaframma respira una difesa. Rivelano modi differenti di intendere la vita, diversi a seconda dei paesi attraversati ma declinati a partire da una medesima lingua materna, l'idioma indoeuropeo di noi latini è il calcio (che poi l'unica lingua ad avergli dato un nome proprio è la nostra, in tutte le altre si utilizzano adattamenti dell'inglese football). Mi viene in mente un articolo di Pasolini: una volta - per gioco ma mica tanto - scrisse che si sarebbero potute individuare delle leggi grammaticali dentro il gioco del calcio, o meglio che il meccanismo di questo funziona secondo regole paragonabili a quelle linguistiche, e che tramite l'osservazione delle forme di volta in volta utilizzate si sarebbe stati - una volta definite le varianti - in grado di definire lo stile di questa o quella squadra col solo ausilio delle regole "grammaticali" del gioco. Io dico che non solo è vero, vado più in là: le differenze, tutte quelle che potrebbero venirci in mente confrontando le culture dei tre paesi, le si ritrovano anche nel gioco: la tattica esasperata, la capacità di adattarsi ai difetti dell'avversario, quella di sapersi generalmente difendere ma senza abbassare la guardia sono caratteristiche nostre; in Spagna ogni squadra gioca con tre punte, pochi provano a mettere in fuorigioco gli avversari e prima che di non perdere si cerca di vincere; i portoghesi invece sono compassati, il gioco ha una cadenza più cantilenata, la palla viaggia più lentamente e la maggiore dedizione al tocco sembra portarci in un'altra epoca… Va bene, ok, la pianto…
Roma è in ogni angolo del tuo romanzo. Se ne sente l'odore, lo spessore, non solo di provenienza ma quasi di stato, di appartenenza, come una fede, una religione. Ecco, una specie di identità. Cosa rappresenta questa città? E poi ancora, come si ritorna a guardarla dopo esser partiti?
Guarda, è difficile parlare del mio rapporto con Roma. Come giustamente noti rivelo da tanti particolari, a partire dal mio modo di esprimermi, o dalla tipica calata romana che trasporto anche nella scrittura, dall'attaccamento morboso alla squadra di calcio un fortissimo sentimento di appartenenza alla Città. Ma me ne voglio andare. Me ne devo andare. Non ho sofferto particolarmente il rientro, come è successo invece a molti altri ragazzi partiti per un anno, ma sento appiccicarmisi addosso come un'apatia e un'urgenza di staccarmi dalle braccia di questa mamma Roma, sentimenti che mi spingono a partire. Qui rischio di adagiarmi, tutta la città sembra farlo, credo che per questo suo assopito dondolarsi sul punto di rottura senza passarlo mai sia detta eterna, ma io sento il bisogno di scuotermi, di tuffarmi, di cadere, di fare centomila salti. Non di dondolarmi. E allora a fine anno mi laureo e me ne vado, che poi è quello che voglio.
Tu che riveli tutta questa attenzione per il linguaggio, non trovi strano che in castigliano destino (come fato) e destinazione (come meta) si indichino con la stessa parola ('
destino
')? E il
destino
raccontato in questo romanzo dove ti ha portato?
E non ti sembra bellissimo! Quando stai alla stazione e sta per partire un treno con "
destino Madrid
", o con "
destino Granada
", o in un porto, pensa in un porto prendere una nave "con
destino Ceuta
": chissà dove ci porterà questo
destino
: è bellissimo! Queste piccole differenze quando le scopri ti rendono felice, le fragili ambiguità sono la bellezza del rapporto tra italiano e spagnolo: qui in Italia si dice che gli spagnoli siano "calienti".
Caliente
vuol dire sì, in un certo senso, 'caldo', ma l'accezione erotica è molto forte. C'è chi sostiene che la simpatia tra i due popoli nasca da questa incomprensione. Altra cosa bellissima, il verbo "
esperar
", che rende sia 'aspettare' che 'sperare'. In spagnolo c'è una parola sola:
esperar
. L'attesa non è timore, è speranza. Sono un popolo ottimista gli spagnoli, in Italia è tanto che non ci aspettiamo niente di buono. Un altro esempio:
ilusión
. In italiano illusione ha una connotazione negativa, presuppone come seguito il disincanto. In castigliano no, quelli che cercano di cambiare le cose dicono di
ilusionarse
,
hacerse ilusiones
, ma in senso costruttivo. Del mio libretto al fine che vuoi che ti dica,
el destino de esta novelita me lleva a esperar…