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Angelo Calvisi
Il geometra sbagliato
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Maledizione del Sommo Poeta
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Il principe di Persia
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intervista -
Il Principe di Persia
Ricordo che mi ero innamorato della figlia del Sultano, bella come il sorriso del cielo in una sera d'estate…
, sembra l'inizio di una canzone medievale, o di una novella delle Mille e una notte, invece è quello del
Principe di Persia
, terzo capitolo della tua trilogia sulla follia. Da dove viene questa trilogia, perché andrebbe letta e quali sono le caratteristiche che accomunano e che distinguono ciascuno dei tre libri?
Se in alcune parti, incipit compreso, il
Principe
ricorda i romanzi medievali o le
Mille e una notte
io sono contento. In effetti la mia volontà era proprio quella di riecheggiarli, anche perché si tratta di letture che sono tra le mie preferite. Per tornare alla tua domanda, direi che la trilogia sulla follia nasce principalmente da un interesse nei confronti della malattia mentale. Sono stato spinto anche da mozioni propriamente letterarie, ovvero il piacere di manipolare un po' la lingua (e qui devo riconoscere i debiti che ho contratto con scrittori come Celati o Nori), il divertimento di scrivere storie stralunate che facessero ridere ma anche commuovere, il desiderio di parlare allegoricamente (lo dico sottovoce) dei nostri tempi e della nostra società. Tutti questi fattori, però, sono subentrati in un secondo momento. Come dicevo, all'inizio il mio interesse era quello di riflettere a voce alta (il primo testo della trilogia,
Maledizione del Sommo Poeta
, nasce come monologo teatrale) sulla condizione dei malati di mente. Mi chiedi, inoltre, perché andrebbero letti e quali sono le caratteristiche dei singoli libri. Be'.
Il geometra sbagliato
secondo me è un discreto racconto, tiene abbastanza bene, il finale non te lo aspetti e ti sorprende. E poi mi pare di poter dire che Tito Pozzi sia un bel personaggio. La
Maledizione del Sommo Poeta
è un testo più frammentario, c'è meno storia, la vicenda si svolge nell'arco di tre giorni, principalmente nella mente del protagonista. Il suo pregio è quello di fare ridere. Ci sono parecchi momenti in cui è francamente difficile trattenere le risate, anche se poi il finale è piuttosto raggelante.
Il Principe di Persia
è un libro diviso in due parti. La prima è una (classica, vorrei dire, ma in fondo tanto classica non è) storia d'avventura, mentre la seconda illumina di una luce nuova tutto quello che è accaduto in precedenza. Non ci sono le situazioni buffe che abbondavano nei primi due racconti e nel complesso mi pare che si tratti di un libretto agile che si fa apprezzare soprattutto per l'intuizione che lo regge (quella di guardare sotto un'altra angolazione il protagonista di un celebre videogioco) e per le implicazioni (se vogliamo simboliche) che questa intuizione comporta.
Il Principe di Persia
è costruito come un videogioco. Il protagonista è il protagonista del videogioco. E come in molti videogame alla fine di ogni quadro in qualche modo si ricomincia. La prima volte che l'ho letto ho pensato che c'è un altro libro organizzato in maniera simile - e sospetto che pur conoscendolo tu non l'abbia tenuto presente per l'ideazione di questo - è
Il Castello
di Kafka. L'avevi tenuto presente? Quali sono stati i tuoi referenti principali in questo caso?
I referenti del Principe sono una marea, anche perché la stesura della prima versione è cominciata più di 15 anni fa, quindi puoi immaginare quanta roba sia sedimentata tra le cento pagine che compongono questo racconto. I romanzi medievali e le
Mille e una notte
che tu hai citato prima ci rientrano sicuramente, ma anche i gialli Mondadori, i fumetti di Sergio Bonelli (da Zagor a Martin Mystére), e Shakespeare, e i videogiochi, i film di Lucas e Spielberg, il cinema western, le terrificanti fiabe incise sui dischi a 45 giri che collezionavo da bambino…
Il Castello
di Kafka, invece, non l'ho ancora letto. È una lacuna imperdonabile, lo so, ma sto per rimediare perché ho già posizionato il libro sul comodino.
Uno scrittore francese una volta ha detto che a ogni libro originale che viene scritto toccherà in sorte di essere riscritto per almeno 400 volte. Questo è un libro con un'Idea, è un archetipo, è un libro che quello scrittore francese (a proposito, ti ricordi chi è?) avrebbe certamente segnalato tra quelli originali. È facile immaginare come ti sia venuta l'idea, ma parlaci lo stesso di come è nata, di come è cresciuta.
Mi sono laureato all'inizio degli anni '90. Nei lunghi mesi in cui scrivevo la tesi di laurea, di tanto in tanto interrompevo le nauseanti sessioni di studio giocando al
Principe di Persia
, intendo la prima avventura di cui, peraltro, non ricordo il titolo. Ho definito le mie sessioni di studio "nauseanti", ed è proprio così. Fino a quel momento mi ero interessato solo di poesia. Scrivevo poesie, mi stavo laureando con una tesi riguardante Montale e Caproni, poco più avanti avrei fatto accidentalmente parte del gruppo collegato alla rivista «Altri Luoghi» che, in prevalenza anche se non esclusivamente, si occupava di scrittura in versi. Tutta questa immersione teutonica e autistica nella poesia ebbe come risultato una crisi di rigetto nei confronti della poesia stessa, una crisi che esplose proprio nel momento della scrittura della tesi. Per distrarmi e per salvaguardare la mia igiene mentale cominciai a scrivere alcune prosette ispirate alle vicende del videogioco. Dirò meglio: si trattava di semplici descrizioni di quello che accadeva sullo schermo. Successivamente il lavoro si è strutturato in forma di racconto e di tale racconto, nel corso del tempo, ne ho scritte almeno cinque versioni. Non ero mai soddisfatto soprattutto per un motivo linguistico, visto che tutte le versioni risentivano di un modello (quello manganelliano) veramente mal digerito. Inoltre in esse si adombrava una critica nei confronti del sistema massmediologico-politico e del suo principale rappresentante (che ancora oggi ammorba così pesantemente la vita pubblica del Belpaese) che regolarmente, ad ogni rilettura, non potevo non riconoscere come stucchevole e velleitaria. Per circa dieci anni ho abbandonato il progetto, anche se continuavo a pensare che scrivere un racconto ispirato a un videogioco fosse un'idea piuttosto buona. All'inizio del 2008, dopo aver pubblicato
Il Geometra
e la prima edizione della
Maledizione
, ho rimesso mano al
Principe
che, ripulito dalla fastidiosa patina manganelliana e liberato da ogni esibizionismo anti-berlusconiano, è diventato il terzo capitolo della trilogia.
Lungo la narrazione vengono fuori gradualmente e via via sempre più intensamente i frammenti di una memoria guasta fatta di citazioni, brandelli di informazioni finzionali, pezzi di videogame, film, canzoni, echi letterari; tutto questo magma indistinto sembra dipingere l'immaginario di un uomo dei nostri tempi che ha finito per impigliarsi nella miriade di input ricevuti, rischiando di annegarci, certamente di perdercisi. È così?
Sì, è esattamente così. I Police, se non sbaglio nell'album
Ghost in the machine
, cantavano "Too much information driving me insane". Quindi, se vuoi, nel racconto puoi continuare a vedere una critica nei confronti dell'utilizzo distorto dei sistemi di comunicazione di massa, ma di certo la cosa è più sfumata rispetto alle prime versioni del
Principe
.
Nella nota biografica c'è scritto che morirai nel 2012 e che i Maya non c'entrano. Che succederà nel 2012 capace di condizionare la tua morte? E che farai fino ad allora?
Il 2012 vedrà la pubblicazione del racconto che sto scrivendo in questo momento, e che si dovrebbe intitolare
L'Argentino
. Dopo quella data agli occhi del mondo io sarò morto. In realtà mi sarò semplicemente trasferito sul pianeta E'd'N, dove mi dedicherò alla coltivazione dei bulicci, frutti simili ai cachi tipici di lassù. Oppure no. Nel 2012, assai abbattuto per l'insuccesso commerciale del mio
Argentino
e dei miei altri capolavori, mi suiciderò platealmente di fronte al palazzo dell'Accademia di Svezia, dove si sta per celebrare la consegna del premio Nobel per la letteratura a Giulio Mozzi. Oppure no. Nel 2012, mentre le agenzie di stampa lanciano la notizia dell'inserimento dell'Argentino nella cinquina del premio Campiello, sarò ucciso con un colpo di Cassano da un tifoso sampdoriano invidioso non tanto delle mie glorie letterarie, quanto del mio perdurante stato di ebbrezza per la recente vittoria in campionato del Genoa Cricket & Football Club. Scherzi a parte, la mia morte nel 2012 è davvero legata all'Argentino, a ciò che accade tra le sue pagine, ma permettimi di alimentare un po' di mistero per stuzzicare i miei tre o quattrocentomila lettori, che se mi vogliono bene dovranno aspettare fino a quella data per rileggermi. Fino ad allora, se vorranno mantenere i contatti con me, non dovranno fare altro che cercarmi su YouTube, dove (con lo pseudonimo di Polan1970) inserirò le sequenze di un lungometraggio che scriverò appena terminato
l'Argentino
e che realizzerò con l'amico Paolo Dotti.