chi siamo
blog
catalogo
e-shop
autori
contatti
newsletter
condividi >>
Angelo Calvisi
Il geometra sbagliato
scheda
Maledizione del Sommo Poeta
scheda
Il principe di Persia
scheda
intervista -
Il Geometra sbagliato
Avere sostenuto la prova scritta è una cosa che mi sorprende
, rivela Tito Pozzi all'inizio del secondo capitolo del
Geometra sbagliato
. Tu, Angelo, come hai vissuto questa prova scritta?
Scrivere mi piace. Quando cominci a mettere insieme le prime pagine di un racconto, quello è un momento entusiasmante perché hai un mare di possibilità davanti. Contrariamente a quanto avviene di solito, però, per me la prova scritta viene sempre dopo la prova orale. Per il momento, infatti, ho sempre scritto testi che, almeno inizialmente, avevo intenzione di portare in scena, e quindi di rendere "orali".
La pulizia e la capacità di coinvolgere del flusso di coscienza che costituisce tutta la narrazione nascondono un attento lavoro stilistico, non è semplice
scrivere facile
. Parlaci del tuo rapporto con la scrittura.
Per i due racconti che ho pubblicato cercavo una lingua che simulasse il parlato un po' "dinoccolato" dei matti, e da quella esigenza è nato il mio stile, che ricorda quello di Paolo Nori, pur con tratti distintivi abbastanza evidenti. Nelle cose scritte dopo il
Geometra sbagliato
, e che per ora sono solo degli abbozzi, l'approccio è diverso, anche perché i temi sono diversi. È costante la lentezza con cui scrivo (scrivendo, correggendo e riscrivendo, dalla singola frase a intere parti più propriamente strutturali) e la ricerca di una lingua che si presti ad una lettura ad alta voce quando non addirittura ad una vera e propria "mise en espace" (come è successo con il
Geometra sbagliato
, portato in scena da una compagnia romana).
Il crescendo del delirio del geometra Pozzi, la sua coazione a ripetere, l'ingrandirsi progressivo dei cerchi gialli tracciati con la vespa per le vie di Genova, dimostrano una profonda e partecipata conoscenza delle malattie mentali. Da dove hai tratto la tua materia?
Il mondo della malattia mentale mi affascina da sempre. Ho letto parecchi testi, ma è stata la malattia di un mio amico d'infanzia a introdurmi concretamente nel mondo delle comunità, dei presìdi, e di tutte quelle strutture che faticosamente cercano di sostenere le persone in difficoltà. Tra i venti e i trent'anni ho conosciuto molta gente, e ho maturato l'idea che per certi versi la visione della realtà di un matto sia molto più lucida di quella dei cosiddetti normali. Insomma, per me i matti non sono in alcuna maniera dei
minus habentes
, anzi probabilmente è vero il contrario. È per questo che, nei miei racconti, cerco di evitare ogni facile psicologismo e ogni patetismo nella descrizione dei personaggi.
Nel libro due donne attraversano l'esistenza di Tito Pozzi. La pianerottolaia, che per un certo periodo riesce a imporsi come compagna del protagonista - quasi suo malgrado - e, verso la fine, la dottoressa Stefania
che ha una bocca con dei denti luccicanti che potrei guardarli fino a domani
. Il geometra si innamora della dottoressa, ma la sua follia è in stadio già avanzato: Angelo per te può, o meglio potrebbe, la donna esercitare la funzione salvifica?
Più che altro è l'amore ad essere salvifico, anche se questo aggettivo è un po' troppo alto, per me. Mi riferisco proprio all'amore "erotico". Nei due racconti che ho pubblicato c'è sempre una figura femminile (rispettivamente la Manu e la pianerottolaia) che non ha nulla di salvifico. Entrambe le figure, con il loro ordine, la loro precisione, la loro pulizia, rappresentano l'ipocrisia delle convenzioni che soffoca la spinta vitale di quell'amore erotico che dicevo e che invece, almeno in parte, è incarnato, nel
Geometra sbagliato
, dalla dottoressa Stefania.
La parabola del
Geometra sbagliato
è discendente: il racconto termina con la densa e oscura visione di un'eclisse solare (senza considerare le ultime parole della
Nota dell'autore
che si chiude con la totale impossibilità di un rapporto di comunicazione tra autore e personaggio
ogni tanto vado ancora a trovarlo, ma dall'espressione dei suoi occhi si capisce che non mi riconosce più
). Il tuo primo libro,
Maledizione del sommo poeta
, finisce con la morte del protagonista, altro caso di psicotico, (nonché assassino). Angelo, sei pessimista o non c'è altra uscita che questa dalla malattia mentale? E poi: a questi primi due seguirà un terzo capitolo sulla follia?
Non si tratta di pessimismo. Per me il disagio psichico coincide con la morte, quanto meno con la morte sociale. Si apre un mondo a riflettere sulle condizioni in cui versano le strutture di sostegno per le persone con disagi psichici e sugli strumenti utilizzati dalla società stessa per emarginare i malati. Quanto alla parte conclusiva della domanda, beh, credo che un terzo capitolo sulla follia sia in cantiere, anche se sarà molto diverso stilisticamente dai precedenti e forse il tema della follia sarà addirittura marginale rispetto ad altri, segnatamente a quello della memoria.
Ti senti in qualche modo parte del cosiddetto fenomeno delle "nuove scritture", che annovera tra i suoi rappresentanti, tra gli altri, Niccolò Ammanniti? Analogie si potrebbero cogliere nel particolare tono ironico, nell'estensione dei tuoi racconti-lunghi, o, per esempio, nell'incidenza di alcuni elementi tipici del sistema di consumi della nostra società, come la mania per i giochi della play-station del protagonista di
Maledizione del sommo poeta
.
La risposta alla prima parte della tua domanda è uno squillante: no! Far parte di una schiera di scrittori che propone una "nuova scrittura" non è un fatto di vendite o di prestigio dell'editore che ti pubblica (gli scrittori che preferisco e che magari sono già inseriti nelle antologie scolastiche sono pressoché sconosciuti al mercato editoriale, e potrei farne un cospicuo elenco), è piuttosto un fatto di interesse critico. I miei due libri sono stati letti da tre critici, forse quattro. È la critica che traccia le linee entro cui inscrivere gli scrittori (ma è detto senza nessuna polemica, anzi io credo che la funzione del critico sia fondamentale). Non so neanche dirti se i miei testi abbiano un valore letterario. Di certo la storia o l'intreccio in senso stretto mi interessano meno dell'aspetto linguistico-strutturale, e questo è almeno indicativo di un'ambizione. In ogni caso è troppo presto per definirmi "scrittore", ho scritto così poco. Infine, per quanto riguarda l'accostamento a Ammaniti, ti dirò che, a parte dettagli episodici dovuti a una comunanza anagrafica, non lo trovo molto calzante. Nei miei racconti c'è una dimensione allegorica che non ho trovato in ciò che ho letto del narratore romano, che peraltro non è compreso tra gli scrittori che amo di più.
Entrambi i tuoi libri sono ambientati a Genova, la città teatro delle vicende compare come una continua discreta viva presenza. È la tua città e il tuo paesaggio, cosa lega te e i tuoi personaggi a Genova?
Il rapporto esistente tra Genova e me (e quindi tra Genova e i miei personaggi) è uguale a quello che c'è tra ogni individuo e la città dove è nato. Un rapporto d'amore, ma a volte anche di fastidio e rabbia, perché vorresti sempre che la tua città fosse governata un po' meglio, un po' più curata, con una classe imprenditoriale un po' più all'altezza. Qualcuno ha definito Genova una città dogale, ma senza dogi. Sono d'accordo. Oggi il potere politico e imprenditoriale imprigiona Genova in una rete di veti incrociati, e la immobilizza. Le persone comuni, invece, sono fantastiche. Mugugnone e divertenti, selvatiche e ospitali. Gli Arabi, a Genova, ci vivevano in pace già dal XIII secolo, e anche prima. C'è un'altra caratteristica che rende Genova particolare. Cosa puoi dire di Roma? Che è meravigliosa. E di Bologna? Che è a misura d'uomo. E di Firenze e Venezia? Che sono miracoli dell'ingegno umano. Genova non suscita un giudizio univoco. C'è chi dice che è brutta, triste,
lùvega
, come si dice nel mio dialetto. Altri, invece, la amano senza mezzi termini. La verità è che Genova è ambigua (e questo aggettivo per me ha una valenza positiva), si nasconde, devi essere predisposto per coglierne l'essenza, e se non ci sei riuscito in un mese non ci riesci più. E poi qui c'è il mare e c'è il Genoa, la squadra di calcio più
blues
del globo terracqueo…